lunedì 9 febbraio 2015

L'estate di Sylvia Plath.


Io sono verticale

Ma preferirei essere orizzontale.
Non sono un albero con radici nel suolo
succhiante minerali e amore materno
così da poter brillare di foglie a ogni marzo,
né sono la beltà di un'aiuola
ultradipinta che susciti grida di meraviglia,
senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.
Confronto a me, un albero è immortale
e la cima di un fiore, non alta, ma più clamorosa:
dell'uno la lunga vita, dell'altra mi manca l'audacia.

Stasera, all'infinitesimo lume delle stelle,
alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.
Ci passo in mezzo ma nessuno di loro ne fa caso.
A volte io penso che mentre dormo
forse assomiglio a loro nel modo più perfetto -
con i miei pensieri andati in nebbia.
Stare sdraiata è per me più naturale.
Allora il cielo ed io siamo in aperto colloquio,
e sarò utile il giorno che resto sdraiata per sempre:finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.

(Sylvia Plath)
Photo: Roberta Trani, 2013.


domenica 8 febbraio 2015

Fotografia.



"La foto mi colpisce se io la tolgo dal suo solito bla-bla: 'tecnica', 'realtà', 'reportage', 'arte', ecc.
Non dire niente, chiudere gli occhi, lasciare che il particolare risalga da solo  alla coscienza affettiva."

(Roland Barthes, La camera chiara.)

sabato 7 febbraio 2015

Imparare dagli alberi.

"In un certo senso il comportamento emozionale è simile a quello di un albero. Quando un animale ha una ferita, le cellule si rigenerano ed essa si cicatrizza. (Possiamo militare in un partito politico, esserne delusi e poi, senza sentirci in colpa, difendere l'ideologia opposta.) Invece un albero non si rigenera, le sue ferite non si cicatrizzano: esse rimangono aperte per sempre, si nascondono soltanto sotto uno strato protettivo. La ferita così ricoperta rimane intatta e quando marcisce rischia di invadere tutto il tronco.
La vita dell'albero sta tutta in una pellicola di cellule, non più spessa di un foglio di carta, che gli cresce sotto la corteccia. E' la sua unica parte vivente. Il resto del tronco è formato da materia legnosa, una struttura morta che fa da supporto allo strato sottile in cui c'è la vita.
[...]
Mentre assorbe le forze della terra, l'albero nutre con le proprie foglie, i rami secchi e tutta una serie di funghi che crea perché in seguito lo aiutino ad assimilare il nutrimento. Si instaura uno scambio di energia, ricezione e dono. Invece tra gli esseri umani ci capita di incontrare dei parassiti che chiedono soltanto. Succhiano una conoscenza, se la depositano nel cervello e non la condividono con nessuno, ma la tengono lì, senza trasformarla in sentimenti, come un escremento metafisico. In Giappone, ogni volta che si compra qualcosa, si riceve in cambio un piccolo regalo, perché nella tradizione popolare è considerato indegno prendere senza dare.
Ogni anno l'albero crea uno strato che circonda l'intero tronco. Se lo si taglia trasversalmente si possono osservare, sotto forma di anelli concentrici, quali sono stati gli anni buoni e quali i difficili, perché il passato diventa struttura. Se i dodici mesi sono stati piovosi, l'anello è spesso. Se sono stati aridi, l'anello è sottile... [...]
Un po' di tempo dopo essere stato tagliato, il legno, isolato dallo strato esterno, si corrompe. I batteri invadono la ferita e divorano il marciume, che cade a terra trasformandosi in polvere e nutre il terreno. Per questo esistono gli alberi cavi. Un albero cavo rimane vivo perché la sua vita si trova alla periferia, ma non avendo una struttura solida è più debole e potrebbe cadere da un momento all'altro. Quando ciò non accade, l'albero fabbrica delle radici interne che si nutrono del marciume. Interessante metafora: se coviamo nell'animo una profonda tristezza, potremmo farci spuntare delle radici emozionali che si nutrano di tale sentimento. Così la tristezza si trasforma in forza vitale... Diventiamo capaci di non rifiutare la ferita, la accettiamo con il suo dolore finché, trasformata in Coscienza, ci permette di alleviare la tristezza altrui. Quando l'albero subisce una lesione, non potendo cicatrizzare la interiorizza, accettando la sofferenza. Dal desiderio di espellere la sofferenza nascono la depressione, l'autodistruzione, l'abbattimento morale.
Se, invece, lasciamo affondare la sofferenza nel nostro intimo, essa diventa linfa di nuova vita."

(Alejandro Jodorowsky, Cabaret mistico.)
Photo: Roberta Trani. 31 dicembre 2014, Grottaglie.



sabato 5 luglio 2014

Questione di delicatezza.

<< La "vita interiore" è prerogativa dei delicati, di quegli aborti frementi, soggetti a un'epilessia senza caduta né bava. L'essere biologicamente integro diffida della "profondità", ne è incapace, vede in essa una dimensione sospetta che nuoce alla spontaneità degli atti. Non si inganna: con il ripiegamento su se stesso comincia il dramma dell'individuo - la sua gloria e il suo declino; isolandosi dal flusso anonimo, dallo scorrere utilitario della vita, egli si emancipa dai fini oggettivi. Una civiltà è "minata" quando sono i delicati a darle il tono; ma grazie a loro, trionfa definitivamente sulla natura - e sprofonda. Un supremo esemplare di raffinatezza riunisce in sé l'esaltato e il sofista: non aderisce più ai propri slanci, li coltiva senza crederci; è la debolezza onniscente delle epoche crepuscolari, che prefigura l'eclissi dell'uomo. I delicati ci fanno intravedere il momento in cui i portinai saranno estenuati da scrupoli di esteti; in cui i contadini, piegati dai dubbi, non avranno più il vigore necessario a impugnare l'aratro; in cui tutti gli esseri, rosi dalla chiaroveggenza e svuotati degli istinti, si spegneranno senza la forza di rimpiangere la prospera notte delle loro illusioni... >>

(pag. 128, Sommario di decomposizione, E. M. Cioran)

Illuminazione e Terapia dell'insonnia.

C'è chi ci finisce al manicomio.
Un'intera vita a cercare di imparare, capire, comprendere;
quando poi, operando chirurgicamente su se stessi, accade tutto in una notte sola.



lunedì 24 febbraio 2014

Inno alla miseria.

Prima o poi la maschera cade, riconsegnando il volto umano all'uomo. 
Nulla di ridicolo, ma qualcosa di vagamente tenero.
L'uomo non accetta la propria umanità: la propria impotenza, piccolezza, mortalità; il proprio essere materia decomponibile sia nel corpo che nell'anima. 
Ed eccolo vaneggiare come un Dio caduto in Terra e che, smarrito e delirante, punta il dito contro i buoni e i cattivi, destinati al suo misero regno dei cieli o al suo ridicolo regno degli inferi. 
Ma l'uomo ha ben poco di divino; è solo un essere destinato al marcire della carne: questa l'unica croce dalla quale non può schiodarsi. 
L'uomo è solo questo.
L'uomo è solo un uomo.
L'uomo è solo.

[testo tratto dalla mia moleskine. Tradotto dall'aramaico all'italiano. Sottotitolo: "Insonnia di una notte di metà febbraio", anno 2014. Foto scattata sottoterra, Grotte di Pertosa, anno 2013.]


lunedì 3 febbraio 2014

Insonnia.

L'insonnia non è altro che l'assenza del sogno. Praticamente un eccesso di lucidità.