sabato 5 luglio 2014

Illuminazione e Terapia dell'insonnia.

C'è chi ci finisce al manicomio.
Un'intera vita a cercare di imparare, capire, comprendere;
quando poi, operando chirurgicamente su se stessi, accade tutto in una notte sola.



lunedì 24 febbraio 2014

Inno alla miseria.

Prima o poi la maschera cade, riconsegnando il volto umano all'uomo. 
Nulla di ridicolo, ma qualcosa di vagamente tenero.
L'uomo non accetta la propria umanità: la propria impotenza, piccolezza, mortalità; il proprio essere materia decomponibile sia nel corpo che nell'anima. 
Ed eccolo vaneggiare come un Dio caduto in Terra e che, smarrito e delirante, punta il dito contro i buoni e i cattivi, destinati al suo misero regno dei cieli o al suo ridicolo regno degli inferi. 
Ma l'uomo ha ben poco di divino; è solo un essere destinato al marcire della carne: questa l'unica croce dalla quale non può schiodarsi. 
L'uomo è solo questo.
L'uomo è solo un uomo.
L'uomo è solo.

[testo tratto dalla mia moleskine. Tradotto dall'aramaico all'italiano. Sottotitolo: "Insonnia di una notte di metà febbraio", anno 2014. Foto scattata sottoterra, Grotte di Pertosa, anno 2013.]


lunedì 3 febbraio 2014

Insonnia.

L'insonnia non è altro che l'assenza del sogno. Praticamente un eccesso di lucidità. 

giovedì 30 gennaio 2014

Tutto in un libro solo.

<<Considero mie, con maggiore consanguineità e intimità, talune figure che sono scritte nei libri, certe immagini che ho conosciuto nelle illustrazioni, più di molte persone che sono considerate reali, che sono fatte di quell'inutilità metafisica chiamata "carne ed ossa". E "carne ed ossa", infatti, è una perfetta descrizione: sembrano cose fatte a pezzi ed esposte sul banco di marmo di una macelleria, morti che sanguinano come la vita, gambe e cotolette del Destino.>>

Fernando Pessoa, il libro dell'inquietudine di Bernardo Soares.

domenica 5 maggio 2013

Ballata delle madri (e recite domenicali).

-Vorrei fare come certi bambini, vorrei mettermi in piedi sulla sedia, durante uno dei pranzi domenicali in famiglia, e recitare una poesia. Esattamente questa:

Ballata delle madri

Mi domando che madri avete avuto.
Se ora vi vedessero al lavoro
in un mondo a loro sconosciuto,
presi in un giro mai compiuto
d’esperienze così diverse dalle loro,
che sguardo avrebbero negli occhi?
Se fossero lì, mentre voi scrivete
il vostro pezzo, conformisti e barocchi,
o lo passate a redattori rotti
a ogni compromesso, capirebbero chi siete?

Madri vili, con nel viso il timore
antico, quello che come un male
deforma i lineamenti in un biancore
che li annebbia, li allontana dal cuore,
li chiude nel vecchio rifiuto morale.
Madri vili, poverine, preoccupate
che i figli conoscano la viltà
per chiedere un posto, per essere pratici,
per non offendere anime privilegiate,
per difendersi da ogni pietà.

Madri mediocri, che hanno imparato
con umiltà di bambine, di noi,
un unico, nudo significato,
con anime in cui il mondo è dannato
a non dare né dolore né gioia.
Madri mediocri, che non hanno avuto
per voi mai una parola d’amore,
se non d’un amore sordidamente muto
di bestia, e in esso v’hanno cresciuto,
impotenti ai reali richiami del cuore.

Madri servili, abituate da secoli
a chinare senza amore la testa,
a trasmettere al loro feto
l’antico, vergognoso segreto
d’accontentarsi dei resti della festa.
Madri servili, che vi hanno insegnato
come il servo può essere felice
odiando chi è, come lui, legato,
come può essere, tradendo, beato,
e sicuro, facendo ciò che non dice.

Madri feroci, intente a difendere
quel poco che, borghesi, possiedono,
la normalità e lo stipendio,
quasi con rabbia di chi si vendichi
o sia stretto da un assurdo assedio.
Madri feroci, che vi hanno detto:
Sopravvivete! Pensate a voi!
Non provate mai pietà o rispetto
per nessuno, covate nel petto
la vostra integrità di avvoltoi!

Ecco, vili, mediocri, servi,
feroci, le vostre povere madri!
Che non hanno vergogna a sapervi
– nel vostro odio – addirittura superbi,
se non è questa che una valle di lacrime.
È così che vi appartiene questo mondo:
fatti fratelli nelle opposte passioni,
o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo
a essere diversi: a rispondere
del selvaggio dolore di esser uomini.


(P. P. Pasolini, Poesia in forma di rosa).

giovedì 18 aprile 2013

Aprile, poesie e rifioriture.

[Così che ti ritrovi, in un pomeriggio d'aprile, sotto un cielo glicine. È tutto così incredibilmente forte, scuote e annoda lo stomaco. È tutto così incredibilmente bello. Mi meraviglio, ci penso. Un po' come se - dopo il sonno del sogno - si schiudessero i sorrisi al risveglio.]

IL GLICINE.

... e intanto era aprile,
e il glicine era qui, a rifiorire.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Prepotente, feroce
rinasci, e di colpo, in una notte, copri
un intera parete appena alzata, il muro
principesco di un ocra
screpolato al nuovo sole che lo cuoce ...
E basti tu, col tuo profumo, oscuro,
caduco rampicante, a farmi puro
di storia come un verme, come un monaco:
e non lo voglio, mi rivolto – arido
nella mia nuova rabbia,
a puntellare lo scrostato intonaco
del mio nuovo edificio.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Tu che brutale ritorni,
non ringiovanito, ma addirittura rinato,
furia della natura, dolcissima,
mi stronchi uomo già stroncato
da una serie di miserabili giorni,
ti sporgi sopra i miei riaperti abissi,
profumi vergine sul mio eclissi,
antica sensualità . . . . . . . . .



[La religione del mio tempo, Pier Paolo Pasolini]



lunedì 18 marzo 2013

Senza filtro.


Succede che poi i filtri cadono. E si rompono.

Succede.
In passato ho spesso tenuto le palpebre serrate, per paura di ferirmi gli occhi
Filtravo. Tutto. 
Poi si inciampa, si distrugge, gli occhi si schiudono
Si rinasce.

E non me ne frega più nulla di ferirmi gli occhi: è l'unico modo per non diventare ciechi.