-Vorrei fare come certi bambini, vorrei mettermi in piedi sulla sedia, durante uno dei pranzi domenicali in famiglia, e recitare una poesia. Esattamente questa:
Ballata delle madri
Mi domando che madri avete avuto.
Se ora vi vedessero al lavoro
in un mondo a loro sconosciuto,
presi in un giro mai compiuto
d’esperienze così diverse dalle loro,
che sguardo avrebbero negli occhi?
Se fossero lì, mentre voi scrivete
il vostro pezzo, conformisti e barocchi,
o lo passate a redattori rotti
a ogni compromesso, capirebbero chi siete?
Madri vili, con nel viso il timore
antico, quello che come un male
deforma i lineamenti in un biancore
che li annebbia, li allontana dal cuore,
li chiude nel vecchio rifiuto morale.
Madri vili, poverine, preoccupate
che i figli conoscano la viltà
per chiedere un posto, per essere pratici,
per non offendere anime privilegiate,
per difendersi da ogni pietà.
Madri mediocri, che hanno imparato
con umiltà di bambine, di noi,
un unico, nudo significato,
con anime in cui il mondo è dannato
a non dare né dolore né gioia.
Madri mediocri, che non hanno avuto
per voi mai una parola d’amore,
se non d’un amore sordidamente muto
di bestia, e in esso v’hanno cresciuto,
impotenti ai reali richiami del cuore.
Madri servili, abituate da secoli
a chinare senza amore la testa,
a trasmettere al loro feto
l’antico, vergognoso segreto
d’accontentarsi dei resti della festa.
Madri servili, che vi hanno insegnato
come il servo può essere felice
odiando chi è, come lui, legato,
come può essere, tradendo, beato,
e sicuro, facendo ciò che non dice.
Madri feroci, intente a difendere
quel poco che, borghesi, possiedono,
la normalità e lo stipendio,
quasi con rabbia di chi si vendichi
o sia stretto da un assurdo assedio.
Madri feroci, che vi hanno detto:
Sopravvivete! Pensate a voi!
Non provate mai pietà o rispetto
per nessuno, covate nel petto
la vostra integrità di avvoltoi!
Ecco, vili, mediocri, servi,
feroci, le vostre povere madri!
Che non hanno vergogna a sapervi
– nel vostro odio – addirittura superbi,
se non è questa che una valle di lacrime.
È così che vi appartiene questo mondo:
fatti fratelli nelle opposte passioni,
o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo
a essere diversi: a rispondere
del selvaggio dolore di esser uomini.
(P. P. Pasolini, Poesia in forma di rosa).
e Kafka sorrideva e rispondeva: "Si fotografano delle cose per allontanarle dalla propria mente. Le mie storie sono un modo di chiudere gli occhi".
domenica 5 maggio 2013
giovedì 18 aprile 2013
Aprile, poesie e rifioriture.
[Così che ti ritrovi, in un pomeriggio d'aprile, sotto un cielo glicine. È tutto così incredibilmente forte, scuote e annoda lo stomaco. È tutto così incredibilmente bello. Mi meraviglio, ci penso. Un po' come se - dopo il sonno del sogno - si schiudessero i sorrisi al risveglio.]
IL GLICINE.
... e intanto era aprile,
e il glicine era qui, a rifiorire.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Prepotente, feroce
rinasci, e di colpo, in una notte, copri
un intera parete appena alzata, il muro
principesco di un ocra
screpolato al nuovo sole che lo cuoce ...
E basti tu, col tuo profumo, oscuro,
caduco rampicante, a farmi puro
di storia come un verme, come un monaco:
e non lo voglio, mi rivolto – arido
nella mia nuova rabbia,
a puntellare lo scrostato intonaco
del mio nuovo edificio.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Tu che brutale ritorni,
non ringiovanito, ma addirittura rinato,
furia della natura, dolcissima,
mi stronchi uomo già stroncato
da una serie di miserabili giorni,
ti sporgi sopra i miei riaperti abissi,
profumi vergine sul mio eclissi,
antica sensualità . . . . . . . . .
[La religione del mio tempo, Pier Paolo Pasolini]
IL GLICINE.
... e intanto era aprile,
e il glicine era qui, a rifiorire.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Prepotente, feroce
rinasci, e di colpo, in una notte, copri
un intera parete appena alzata, il muro
principesco di un ocra
screpolato al nuovo sole che lo cuoce ...
E basti tu, col tuo profumo, oscuro,
caduco rampicante, a farmi puro
di storia come un verme, come un monaco:
e non lo voglio, mi rivolto – arido
nella mia nuova rabbia,
a puntellare lo scrostato intonaco
del mio nuovo edificio.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Tu che brutale ritorni,
non ringiovanito, ma addirittura rinato,
furia della natura, dolcissima,
mi stronchi uomo già stroncato
da una serie di miserabili giorni,
ti sporgi sopra i miei riaperti abissi,
profumi vergine sul mio eclissi,
antica sensualità . . . . . . . . .
[La religione del mio tempo, Pier Paolo Pasolini]
lunedì 18 marzo 2013
Senza filtro.
Succede che poi i filtri cadono. E si rompono.
Succede.
In passato ho spesso tenuto le palpebre serrate, per paura di ferirmi gli occhi
Filtravo. Tutto.
Poi si inciampa, si distrugge, gli occhi si schiudono
Si rinasce.
E non me ne frega più nulla di ferirmi gli occhi: è l'unico modo per non diventare ciechi.
lunedì 14 gennaio 2013
Tipi da bar.
Guardare attraverso l'obiettivo è un po' porsi al di là del mondo circostante, nascondersi in una camera oscura per poi sorprendere la realtà nel momento in cui la luce ne disegna il volto più espressivo. Agli occhi spetta il compito di riconoscere e risvegliare la Poesia nel continuo scorrere della quotidianità, nel vivere o lasciarsi vivere delle singole storie inquadrate; compito della tecnica e del corpo meccanico è, invece, trascrivere la visione e renderla alla Storia, quella del nostro Tempo.
Un obiettivo che si pone come Obiettivo il risveglio della poesia, svelandone i tempi nel racconto della realtà quotidiana, non può che accettare l'invito a sedersi sullo sgabello di un bar, ordinare qualcosa da bere, guardarsi attorno e cominciare a mettere a fuoco: il Tempo è servito.
Per gli osservatori e ascoltatori non esiste un posto migliore -tavolino, poltrona o bancone che sia- di un bar qualsiasi per assorbire storie e immagini.
Per gli osservatori e ascoltatori non esiste un posto migliore -tavolino, poltrona o bancone che sia- di un bar qualsiasi per assorbire storie e immagini.
I bar, da sempre luoghi interessanti e affascinanti, sono paragonabili a grandi contenitori di storie: espresse o macchiate, versate in tazza bollente o fredda, offerte o pagate, trasparenti o dense, storie imbottigliate o servite in bicchiere. Eccole lì le storie, in fila al bancone, con le tasche piene di Tempi spiccioli e nel portafogli qualche biglietto colorato che non può pagare la Crisi, né quella mondiale, né l’eventuale e conseguente personale. Storie diverse che, a volte, si riversano sullo stesso bancone e in un bicchiere si miscelano, come in un cocktail, annullando distanze e dissapori. Molte sono storie di tempi riempiti e vuotati, fragili come bottiglie di vetro abbandonate ai bordi delle strade; altre sono quelle disperse nell’aria, che bruciano e si raccontano per il tempo di una sigaretta; altre ancora sono quelle sussurrate e confuse nel sovrapporsi delle voci e dei racconti; quelle raccontate con tranquillità e calma, e quelle rovesciate nell’ebbra illusione di avere il totale controllo di Sé e dei "se". Altre storie restano sul fondo, come quando lo zucchero non riesce a sciogliersi completamente nelle tazzine da caffè.
C’è chi descrive i bar come posti perfetti per i perdi-tempo, chi li descrive come posti rilassanti nei quali rifugiarsi durante o dopo una giornata di lavoro, chi li predilige per la pausa-studio o come luogo di incontro, chi li usa come luogo per mettere a punto progetti e idee. Tutte verità e nessuna bugia, per carità, dipende dai casi e dalle inquadrature.
Nel complesso, i bar restano i luoghi in cui la realtà è più confusa, ma allo stesso tempo più nitida se la si vuole osservare: un grande contenitore di storie che devono essere ascoltate, quelle dei figli di Tempi spiccioli, gli stessi spiccioli che bastano per prendersi un caffè.
Tempi ristretti in un periodo dilatato, tempi in cui è da “sfigati” non laurearsi entro i ventotto anni, tempi di “bamboccioni” trentenni, tempi di ventenni che non vogliono né lavorare, né studiare; tempi di sogni che inciampano e tornano a gattonare, tempi di ginocchia sbucciate che cedono alla forza di gravità di un’atmosfera che rallenta ogni tipo di percorso.
Tempi di posa e tempi al di fuori di ogni posa.
Posto lo sguardo al di fuori della camera oscura, vuotando le tasche, faccio il conto degli spiccioli di tempo a disposizione e i Tempi spiccioli in cui mi ritrovo … “con questi chiari di luna” vale la pena sognare e tentare.
[marzo 2012]
Nel complesso, i bar restano i luoghi in cui la realtà è più confusa, ma allo stesso tempo più nitida se la si vuole osservare: un grande contenitore di storie che devono essere ascoltate, quelle dei figli di Tempi spiccioli, gli stessi spiccioli che bastano per prendersi un caffè.
Tempi ristretti in un periodo dilatato, tempi in cui è da “sfigati” non laurearsi entro i ventotto anni, tempi di “bamboccioni” trentenni, tempi di ventenni che non vogliono né lavorare, né studiare; tempi di sogni che inciampano e tornano a gattonare, tempi di ginocchia sbucciate che cedono alla forza di gravità di un’atmosfera che rallenta ogni tipo di percorso.
Tempi di posa e tempi al di fuori di ogni posa.
Posto lo sguardo al di fuori della camera oscura, vuotando le tasche, faccio il conto degli spiccioli di tempo a disposizione e i Tempi spiccioli in cui mi ritrovo … “con questi chiari di luna” vale la pena sognare e tentare.
[marzo 2012]
venerdì 9 novembre 2012
Però pioveva.
Non ricordo il giorno, però pioveva. Dalla mia Moleskine:
Piove.
Le luci della città stanca si specchiano vanitose nell'asfalto bagnato, mentre l'acqua lava via dalle panchine storie troppo pesanti da sostenere e troppo leggere da lasciar volare via.
Ho gli occhi sporchi.
Sotto i portici c'è posto solo per quelli che si sono abbandonati, randagi: senza guinzagli, senza casa, senza meta, senza metà. Senza lacrime.
Oggi anche il tempo muore sulla strada, del suono della pioggia ne fa il suo lamento.
Cadrà nella notte anche il cielo, si raccoglierà in pozzanghera, e ci sarà battesimo per tutti i dispersi.
Piove.
Le luci della città stanca si specchiano vanitose nell'asfalto bagnato, mentre l'acqua lava via dalle panchine storie troppo pesanti da sostenere e troppo leggere da lasciar volare via.
Ho gli occhi sporchi.
Sotto i portici c'è posto solo per quelli che si sono abbandonati, randagi: senza guinzagli, senza casa, senza meta, senza metà. Senza lacrime.
Oggi anche il tempo muore sulla strada, del suono della pioggia ne fa il suo lamento.
Cadrà nella notte anche il cielo, si raccoglierà in pozzanghera, e ci sarà battesimo per tutti i dispersi.
lunedì 5 novembre 2012
Il flauto di vertebre.
[e ancora una volta, lascio a Lui la mia buonanotte].
Il flauto di vertebre.
PROLOGO
A voi tutte che siete piaciute o piacete,
che conservate icone nell’antro dell’anima,
come coppa di vino in un brindisi,
levo il cranio ricolmo di canti.
Sempre più spesso mi chiedo
se non sia meglio mettere un punto
d’un proiettile sulla mia sorte.
Oggi darò
in ogni caso,
un concerto d’addio.
Memoria!
Raduna nella sala del cervello
le schiere inesauribili delle amate.
Da un occhio all’altro effondi il sorriso.
D’antiche nozze travesti la notte.
Di corpo in corpo effondete la gioia.
Che nessuno dimentichi una simile notte.
Oggi io suonerò il flauto
sulla mia colonna vertebrale.
1.
Miglia di strade i miei passi calpestano.
Dove andrò a nascondere il mio inferno?
Da quale Hoffmann celeste
sei stata concepita, maledetta?
Sono anguste le strade per una tempesta di gioia.
Gente adorna la festa senza posa attingeva.
Penso.
I pensieri, grumi di sangue,
infermi e rappresi strisciano via dal cranio.
Io,
taumaturgo di ogni tripudio,
non ho con chi andare alla festa.
Cadrò di schianto, supino,
sfracellandomi il cranio sulle pietre del Nevski!
Ho bestemmiato.
Ho urlato che Dio non esiste,
e lui ha tratto dal fondo dell’inferno
una donna che farebbe tremare una montagna,
e mi ha comandato:
amala!
Dio è soddisfatto.
Nell’erta sotto il cielo
un uomo tormentato s’è inselvatichito e spento.
Dio si strapiccia le mani.
Dio pensa:
aspetta, Vladimir!
L’ha escogitato lui, lui,
per non farmi scoprire il tuo mistero,
di darti un marito vero
e di porre sul pianoforte note umane.
Se furtivo m’accostassi alla soglia della tua alcova,
per far la croce sulla nostra coperta,
lo so,
si sentirebbe puzzo di lana bruciata
e fumo solfureo si leverebbe dalla carne del diavolo.
Ma invece fino all’alba
l’orrore che tu fossi condotta ad amare
m’ha sconvolto,
e le mie grida
ho sfaccettato in versi,
gioielliere già in preda alla follia.
Giocare a carte!
Sciacquare
nel vino la rauca gola del cuore!
Non ho bisogno di te!
Non voglio!
Non importa,
lo so
che creperò fra breve.
Se è vero che esisti,
o Dio
o mio Dio,
se hai intessuto il tappeto di stelle,
se questo tormento,
moltiplicato ogni giorno,
è, Signore, una prova mandata giù da te,
indossa la toga del giudice.
Aspetta la mia visita.
Sono puntuale,
non tarderò di un giorno.
Ascolta, altissimo inquisitore!
Serrerò la bocca.
Non udranno un grido
dalle labbra morse.
Legami alle comete, come alle code dei cavalli,
trascinami,
squarciandomi sulle punte delle stelle.
Oppure,
quando l’anima mia sloggerà
per venire al tuo tribunale,
accigliandoti ottusamente,
come una forca
distendi la Via Lattea,
e subito impiccami come un criminale.
Fa’ quello che ti pare.
Squartami, se vuoi.
Io stesso, giusto, ti laverò le mani.
Però,
ascolta!
Portati via la maledetta,
che m’hai comandato d’amare!
Miglia di strade i miei passi calpestano.
Dove andrò a nascondere il mio inferno?
Da quela Hoffmann celeste
sei stata concepita, maledetta?
2.
Il cielo,
fumoso, immemore d’azzurro
e le nubi a brandelli come profughi
rischiarerò nell’alba del mio ultimo amore,
vivido come l’incarnato di un tisico.
La mia gioia ricoprirà il ruggito
dell’ammasso, dimentico
del tepore domestico.
Uomini,
ascoltate!
Uscite dalle trincee.
Combatterete dopo.
Anche se dura la battaglia,
ubrica di sangue e vacillante come Bacco,
le parole d’amore non sono vane.
Cari tedeschi!
Io so
che avete sul labbro
la Margherita di Goethe.
Muore il francese
sulla baionetta sorridendo,
cone un sorriso si schianta l’aviatore ferito,
se ricorda
il bacio della tua bocca,
Traviata.
Ma a me che importa
della rosea polpa,
che i secoli masticheranno?
Oggi stendetevi ad altri piedi!
canto te,
imbellettata,
fulva.
Forse di questi giorni,
orrendi come aguzze baionette,
quando i secoli avranno canuta la barba,
resteremo soltanto
tu
ed io,
che t’inseguirò di città in città.
Sarai mandata di là dal mare,
ti celerai nel covo della notte:
ti bacerò attraverso la nebbia di Londra
con le labbra di fuoco dei lampioni.
In lente carovane percorrerai i torrdi deserti,
dove stanno leoni in agguato:
per te
sotto la polvere, strappata dal vento,
sarà un Sahara la mia guancia ardente.
Con un sorriso sulle labbra guardami,
vedrai
che torero che io sono!
E d’improvviso
getterò sul tuo palco la mia gelosia
come l’occhio morente del toro.
Se portando il tuo passo distratto sul ponte,
penserai
che si sta bene laggiù,
sarò io
sotto il ponte la corrente della Senna,
e ti chiamerò,
digrignando i putridi denti.
Con un altro incendierai nel fuoco dei cavalli
Strelka o Sokolniki.
Io starò in alto a farti soffrire
come un’ignuda luna in attesa.
Sono forte,
avranno bisogno di me
e mi ordineranno:
muori in battaglia!
Il tuo nome
sarà l’ultimo
rappreso sul mio labbro lacerato dal proiettile.
Finirò sul trono?
o a Sant’Elena?
Dominati i flutti tempestosi della vita,
sarò ugualmente candidato
al regno dell’universo
e al lavoro forzato.
Se è mio destino d’essere re,
il tuo viso
ordinerò di coniare al mio popolo
nell’oro vivo dell mie monete!
O laggiù,
dove si scolora il mondo nella tundra,
dove traffica il fiume col vento del nord,
sul ferro graffierò il tuo nome, Lilia,
e le catene bacerò nel buio della galera.
Ascoltate, immemori dell’azzurro cielo,
irsuti,
come bestie feroci.
Al mondo, forse,
questo ultimo amore
è un’alba vivida come l’incarnato di un tisico.
3.
Scorderò l’anno, la data, il giorno.
Mi chiuderò solo con un foglio di carta.
Avverati, magia sovrumana,
delle parole illuminate di pianto!
Oggi, appena entrato nella tua casa,
mi sono sentito
a disagio.
Tu celavi qualcosa nell’abito di seta
e s’effondeva nell’aria un profumo d’incenso.
Sei felice?
Hai risposto un freddo:
“Molto.”
L’inquietudine ha rotto l’argine della ragione.
Accumulo disperazione, nel delirio della febbre.
Ascolta,
tannto non ci riesci
a celare il cadavere.
Scagliami in viso la parola terribile.
Ogni tuo muscolo urla
lo stesso
come in un megafono:
è morto, è morto, è morto.
No,
rispondi.
Non mentire!
(Come farò a tornare indietro così?)
Come due tombe
ti si scavano gli occhi nel viso.
Le due fosse si inabissano.
Non se ne vede il fondo.
Mi sembra
di crollare sul palco dei giorni.
Come una fune, ho teso l’anima sul precipizio
e vi ho fatto l’equilibrista, giocoliere di parole.
Lo so,
ormai l’ha consunto l’amore.
Da tanti segni indovino la noia.
Fammi tornare giovane nell’anima.
La gioia del corpo fa’ di nuovo conoscere al cuore.
Lo so,
per una donna sempre si paga.
Non fa niente,
se intanto,
non ti vestirò conl’elegante abito di Parigi
ma soltanto col fumo della sigaretta.
Il mio amore,
come un apostolo d’età remote,
diffonderò per mille e mille strade.
Da secoli è pronta per te una corona,
ove sono incastonate le mie parole:
arcobaleno di spasimi.
Come fecero vincere Pirro
gli elefanti con passi di due quintali,
così io ho sconvolto il tuo cervello col passo del genio.
Invano.
Non potrò piegarti.
Gioisci,
gioisci
d’avermi finito!
Ora è tale l’angoscia che desidero
soltanto fuggire al canale
e il capo cacciare nell’acqua digrignante.
Mi hai offerto le labbra.
Con quanta indifferenza.
Le ho sfiorate e m’hanno ghiacciato.
M’è parso di baciare in penitenza
un monastero intagliato nella fredda pietra.
Hanno sbattuto
la porta.
É entrato lui,
rorido della gaiezza delle strade.
Io
come un gemito mi sono spezzato in due.
Gli ho gridato:
“Va bene!
Me ne andrò!
Va bene!
Rimarrà tua.
Ricoprila di stracci,
le sete appesantiscono le sue timide ali.
Bada che non s’involi.
Appendile al collo
come una pietra collane di perle!”
Oh, questa
che notte!
Ho spremuto a non finire la mia disperazione.
Al mio pianto e al mio riso
il muso della stanza s’è torto in una smorfia d’orrore.
E come una visione sorse a te il tuo sembiante,
sul suo tappeto effondevi l’aurora dei tuoi occhi,
quasi un sogno evocasse un nuovo Bialik
un’abbagliantte regina ebraica di Sion.
Nel tormento ho piegato i ginocchi
dinanzi a colei che non è più mia.
A mio paragone
re Alberto,
arresosi con tutte le sue fortezze,
è un festeggiato ricolmo di regali.
Indoratevi al sole, fiori ed erbe!
Dilagate in primavera, vita di tutti gli elementi!
Io un solo veleno desidero:
bere e bere sempre versi.
Tu che hai saccheggiato il mio cuore,
privandolo di tutto,
e nel delirio m’hai lacerato l’anima,
accogli, cara, il mio dono,
forse più nulla io potrò inventare.
Ornate a festa la data di oggi.
Avverati,
magia simile alla passione di Cristo.
Vedete,
sulla carta sono trafitto
con i chiodi delle parole.
V. Majakovskij
Il flauto di vertebre.
PROLOGO
A voi tutte che siete piaciute o piacete,
che conservate icone nell’antro dell’anima,
come coppa di vino in un brindisi,
levo il cranio ricolmo di canti.
Sempre più spesso mi chiedo
se non sia meglio mettere un punto
d’un proiettile sulla mia sorte.
Oggi darò
in ogni caso,
un concerto d’addio.
Memoria!
Raduna nella sala del cervello
le schiere inesauribili delle amate.
Da un occhio all’altro effondi il sorriso.
D’antiche nozze travesti la notte.
Di corpo in corpo effondete la gioia.
Che nessuno dimentichi una simile notte.
Oggi io suonerò il flauto
sulla mia colonna vertebrale.
1.
Miglia di strade i miei passi calpestano.
Dove andrò a nascondere il mio inferno?
Da quale Hoffmann celeste
sei stata concepita, maledetta?
Sono anguste le strade per una tempesta di gioia.
Gente adorna la festa senza posa attingeva.
Penso.
I pensieri, grumi di sangue,
infermi e rappresi strisciano via dal cranio.
Io,
taumaturgo di ogni tripudio,
non ho con chi andare alla festa.
Cadrò di schianto, supino,
sfracellandomi il cranio sulle pietre del Nevski!
Ho bestemmiato.
Ho urlato che Dio non esiste,
e lui ha tratto dal fondo dell’inferno
una donna che farebbe tremare una montagna,
e mi ha comandato:
amala!
Dio è soddisfatto.
Nell’erta sotto il cielo
un uomo tormentato s’è inselvatichito e spento.
Dio si strapiccia le mani.
Dio pensa:
aspetta, Vladimir!
L’ha escogitato lui, lui,
per non farmi scoprire il tuo mistero,
di darti un marito vero
e di porre sul pianoforte note umane.
Se furtivo m’accostassi alla soglia della tua alcova,
per far la croce sulla nostra coperta,
lo so,
si sentirebbe puzzo di lana bruciata
e fumo solfureo si leverebbe dalla carne del diavolo.
Ma invece fino all’alba
l’orrore che tu fossi condotta ad amare
m’ha sconvolto,
e le mie grida
ho sfaccettato in versi,
gioielliere già in preda alla follia.
Giocare a carte!
Sciacquare
nel vino la rauca gola del cuore!
Non ho bisogno di te!
Non voglio!
Non importa,
lo so
che creperò fra breve.
Se è vero che esisti,
o Dio
o mio Dio,
se hai intessuto il tappeto di stelle,
se questo tormento,
moltiplicato ogni giorno,
è, Signore, una prova mandata giù da te,
indossa la toga del giudice.
Aspetta la mia visita.
Sono puntuale,
non tarderò di un giorno.
Ascolta, altissimo inquisitore!
Serrerò la bocca.
Non udranno un grido
dalle labbra morse.
Legami alle comete, come alle code dei cavalli,
trascinami,
squarciandomi sulle punte delle stelle.
Oppure,
quando l’anima mia sloggerà
per venire al tuo tribunale,
accigliandoti ottusamente,
come una forca
distendi la Via Lattea,
e subito impiccami come un criminale.
Fa’ quello che ti pare.
Squartami, se vuoi.
Io stesso, giusto, ti laverò le mani.
Però,
ascolta!
Portati via la maledetta,
che m’hai comandato d’amare!
Miglia di strade i miei passi calpestano.
Dove andrò a nascondere il mio inferno?
Da quela Hoffmann celeste
sei stata concepita, maledetta?
2.
Il cielo,
fumoso, immemore d’azzurro
e le nubi a brandelli come profughi
rischiarerò nell’alba del mio ultimo amore,
vivido come l’incarnato di un tisico.
La mia gioia ricoprirà il ruggito
dell’ammasso, dimentico
del tepore domestico.
Uomini,
ascoltate!
Uscite dalle trincee.
Combatterete dopo.
Anche se dura la battaglia,
ubrica di sangue e vacillante come Bacco,
le parole d’amore non sono vane.
Cari tedeschi!
Io so
che avete sul labbro
la Margherita di Goethe.
Muore il francese
sulla baionetta sorridendo,
cone un sorriso si schianta l’aviatore ferito,
se ricorda
il bacio della tua bocca,
Traviata.
Ma a me che importa
della rosea polpa,
che i secoli masticheranno?
Oggi stendetevi ad altri piedi!
canto te,
imbellettata,
fulva.
Forse di questi giorni,
orrendi come aguzze baionette,
quando i secoli avranno canuta la barba,
resteremo soltanto
tu
ed io,
che t’inseguirò di città in città.
Sarai mandata di là dal mare,
ti celerai nel covo della notte:
ti bacerò attraverso la nebbia di Londra
con le labbra di fuoco dei lampioni.
In lente carovane percorrerai i torrdi deserti,
dove stanno leoni in agguato:
per te
sotto la polvere, strappata dal vento,
sarà un Sahara la mia guancia ardente.
Con un sorriso sulle labbra guardami,
vedrai
che torero che io sono!
E d’improvviso
getterò sul tuo palco la mia gelosia
come l’occhio morente del toro.
Se portando il tuo passo distratto sul ponte,
penserai
che si sta bene laggiù,
sarò io
sotto il ponte la corrente della Senna,
e ti chiamerò,
digrignando i putridi denti.
Con un altro incendierai nel fuoco dei cavalli
Strelka o Sokolniki.
Io starò in alto a farti soffrire
come un’ignuda luna in attesa.
Sono forte,
avranno bisogno di me
e mi ordineranno:
muori in battaglia!
Il tuo nome
sarà l’ultimo
rappreso sul mio labbro lacerato dal proiettile.
Finirò sul trono?
o a Sant’Elena?
Dominati i flutti tempestosi della vita,
sarò ugualmente candidato
al regno dell’universo
e al lavoro forzato.
Se è mio destino d’essere re,
il tuo viso
ordinerò di coniare al mio popolo
nell’oro vivo dell mie monete!
O laggiù,
dove si scolora il mondo nella tundra,
dove traffica il fiume col vento del nord,
sul ferro graffierò il tuo nome, Lilia,
e le catene bacerò nel buio della galera.
Ascoltate, immemori dell’azzurro cielo,
irsuti,
come bestie feroci.
Al mondo, forse,
questo ultimo amore
è un’alba vivida come l’incarnato di un tisico.
3.
Scorderò l’anno, la data, il giorno.
Mi chiuderò solo con un foglio di carta.
Avverati, magia sovrumana,
delle parole illuminate di pianto!
Oggi, appena entrato nella tua casa,
mi sono sentito
a disagio.
Tu celavi qualcosa nell’abito di seta
e s’effondeva nell’aria un profumo d’incenso.
Sei felice?
Hai risposto un freddo:
“Molto.”
L’inquietudine ha rotto l’argine della ragione.
Accumulo disperazione, nel delirio della febbre.
Ascolta,
tannto non ci riesci
a celare il cadavere.
Scagliami in viso la parola terribile.
Ogni tuo muscolo urla
lo stesso
come in un megafono:
è morto, è morto, è morto.
No,
rispondi.
Non mentire!
(Come farò a tornare indietro così?)
Come due tombe
ti si scavano gli occhi nel viso.
Le due fosse si inabissano.
Non se ne vede il fondo.
Mi sembra
di crollare sul palco dei giorni.
Come una fune, ho teso l’anima sul precipizio
e vi ho fatto l’equilibrista, giocoliere di parole.
Lo so,
ormai l’ha consunto l’amore.
Da tanti segni indovino la noia.
Fammi tornare giovane nell’anima.
La gioia del corpo fa’ di nuovo conoscere al cuore.
Lo so,
per una donna sempre si paga.
Non fa niente,
se intanto,
non ti vestirò conl’elegante abito di Parigi
ma soltanto col fumo della sigaretta.
Il mio amore,
come un apostolo d’età remote,
diffonderò per mille e mille strade.
Da secoli è pronta per te una corona,
ove sono incastonate le mie parole:
arcobaleno di spasimi.
Come fecero vincere Pirro
gli elefanti con passi di due quintali,
così io ho sconvolto il tuo cervello col passo del genio.
Invano.
Non potrò piegarti.
Gioisci,
gioisci
d’avermi finito!
Ora è tale l’angoscia che desidero
soltanto fuggire al canale
e il capo cacciare nell’acqua digrignante.
Mi hai offerto le labbra.
Con quanta indifferenza.
Le ho sfiorate e m’hanno ghiacciato.
M’è parso di baciare in penitenza
un monastero intagliato nella fredda pietra.
Hanno sbattuto
la porta.
É entrato lui,
rorido della gaiezza delle strade.
Io
come un gemito mi sono spezzato in due.
Gli ho gridato:
“Va bene!
Me ne andrò!
Va bene!
Rimarrà tua.
Ricoprila di stracci,
le sete appesantiscono le sue timide ali.
Bada che non s’involi.
Appendile al collo
come una pietra collane di perle!”
Oh, questa
che notte!
Ho spremuto a non finire la mia disperazione.
Al mio pianto e al mio riso
il muso della stanza s’è torto in una smorfia d’orrore.
E come una visione sorse a te il tuo sembiante,
sul suo tappeto effondevi l’aurora dei tuoi occhi,
quasi un sogno evocasse un nuovo Bialik
un’abbagliantte regina ebraica di Sion.
Nel tormento ho piegato i ginocchi
dinanzi a colei che non è più mia.
A mio paragone
re Alberto,
arresosi con tutte le sue fortezze,
è un festeggiato ricolmo di regali.
Indoratevi al sole, fiori ed erbe!
Dilagate in primavera, vita di tutti gli elementi!
Io un solo veleno desidero:
bere e bere sempre versi.
Tu che hai saccheggiato il mio cuore,
privandolo di tutto,
e nel delirio m’hai lacerato l’anima,
accogli, cara, il mio dono,
forse più nulla io potrò inventare.
Ornate a festa la data di oggi.
Avverati,
magia simile alla passione di Cristo.
Vedete,
sulla carta sono trafitto
con i chiodi delle parole.
V. Majakovskij
mercoledì 17 ottobre 2012
L'Attesa.
Lei se ne stava lì, seduta in panchina, al centro del suoi desideri a guardare, con la coda dell'occhio, tutto quel marasma di parole e sorrisi e vita che avrebbe voluto diventasse la sua. Se ne stava lì ad accendere, consumare e spegnere, in boccate di veleno, ogni minuto di speranza. Se ne stava lì, ferma e tremante, l'Attesa. È forse più che un nome una condanna, fin quando non decidi di cambiare nome e identità. Un solo nome non basta per chiamarmi, e l'Attesa già non basta più; per quanto il Nulla si faccia attendere, io non attendo più nessuno. Vedi? è già mattino, e c'è qualcosa di malato nell'alba di ogni coscienza: arriva improvvisa, dilata in tempo fino ad annullarlo; è il trasalire improvviso, è nausea. È andata così: fare le valige e partire. Via. Lontano da tutte le cose che hai aspettato nella speranza che accadessero. Via. Da me. Da te. Da voi. Da ogni coniugazione di questo nulla. Via.
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