e Kafka sorrideva e rispondeva: "Si fotografano delle cose per allontanarle dalla propria mente. Le mie storie sono un modo di chiudere gli occhi".
mercoledì 17 ottobre 2012
L'Attesa.
Lei se ne stava lì, seduta in panchina, al centro del suoi desideri a guardare, con la coda dell'occhio, tutto quel marasma di parole e sorrisi e vita che avrebbe voluto diventasse la sua. Se ne stava lì ad accendere, consumare e spegnere, in boccate di veleno, ogni minuto di speranza. Se ne stava lì, ferma e tremante, l'Attesa. È forse più che un nome una condanna, fin quando non decidi di cambiare nome e identità. Un solo nome non basta per chiamarmi, e l'Attesa già non basta più; per quanto il Nulla si faccia attendere, io non attendo più nessuno. Vedi? è già mattino, e c'è qualcosa di malato nell'alba di ogni coscienza: arriva improvvisa, dilata in tempo fino ad annullarlo; è il trasalire improvviso, è nausea. È andata così: fare le valige e partire. Via. Lontano da tutte le cose che hai aspettato nella speranza che accadessero. Via. Da me. Da te. Da voi. Da ogni coniugazione di questo nulla. Via.
giovedì 6 settembre 2012
e lascio a Majakovskij, la mia buonanotte.
h O1:17
All'ora del "punto e a capo", di una serata passata a pensare, torna sempre... Lui.
Non un uomo, ma un bisogno. Non un pensiero nobile, ma un desiderio osceno: appendere ad una croce ogni singolo sentimento. come. ogni singolo. sentimento. appende ad una croce. me.
E lascio a V. Majakovskij la mia buonanotte, la mia notte buona.
All'ora del "punto e a capo", di una serata passata a pensare, torna sempre... Lui.
Non un uomo, ma un bisogno. Non un pensiero nobile, ma un desiderio osceno: appendere ad una croce ogni singolo sentimento. come. ogni singolo. sentimento. appende ad una croce. me.
E lascio a V. Majakovskij la mia buonanotte, la mia notte buona.
Che cosa n'è venuto fuori
Più di quanto era possibile,
più di quanto fosse necessario,
come
in un sogno un incubo poetico,
quel groppo del cuore crebbe come una montagna:
una montagna d’amore,
una montagna d’odio.
Sotto il peso,
le gambe traballavano.
Sai
se io
sono ben piantato,
eppure
mi trascino ridotto a un’appendice cardiaca
curvo per tutta la larghezza delle spalle.
Mi gonfio col latte dei versi,
non riesco a spargerne fuori;
non c’è chi ne voglia, pare, e di nuovo mi gonfio.
Mi ha spossato la lirica,
nutrice del mondo,
iperbole
del prototipo di Maupassant.
[tratto da A Piena Voce, Vladimir Majakovskij]
venerdì 24 agosto 2012
pag. 60
| Fotografia di Roberta Trani © |
Vinsi. A forza di pietose cadute e di più pietose vittorie, giunsi a vivere un intero anno come avrei desiderato vivere tutta la vita. Non devi sorridere, amica mia. Non voglio esagerare il mio merito: esser meritevoli per l'astensione da un peccato è una maniera di essere in colpa. Dominiamo qualche volta i nostri atti; dominiamo meno i pensieri; non dominiamo i sogni. Feci dei sogni. Conobbi il pericolo delle acque stagnanti. Sembra che agire ci assolva. C'è qualcosa di puro perfino in un atto peccaminoso, in confronto ai pensieri che ne ricaviamo.>>
Tratto da: Alexis o il trattato della lotta vana, Marguerite Yourcenar (1929).
domenica 8 luglio 2012
E arrivò anche la recensione su "La Gazzetta Del Mezzogiorno".
<< C'era una volta >>, oggi a Grottaglie si chiude la mostra di Trani.
L'ultimo giorno di << C'era una volta, storie di tempi in posa >>, mostra fotografica di Roberta Trani, qualcosa di indecifrabile assale. E non si tratta solo dell'impegno dell'artista grottagliese a destrutturare favole classiche - Cappuccetto Rosso, Cenerentola, Pinocchio, Alice nel paese delle meraviglie- imponendo, attraverso il click fotografico, il gioco del "tempo in posa", la cifra della modernità, cioè l'assenza di lieto fine. Chi vorrà passeggiare tra le tredici fotografie esposte alla chiesa del Carmine (via Mastropaolo 123 a Grottaglie, dalle 19 alle 23 di oggi, nelle stanze del laboratorio e.MOTIVA.mente) coglierà qualcosa che va oltre il cappio mediatico al quale impiccare Pinocchio vittima delle bugie confezionate da una contemporaneità nemica della persona, contemporaneità rappresentata dalla TV effetto neve, immagine senza immagine, moderno principe al quale ubbidire nel vangelo dell'omologazione alla menzogna. Qualcosa che -come in un pomeriggio assolato nelle campagne salentine, violento e tenue insieme nella forme e nei colori - taglia la luce dentro l'individuo facendo affiorare interrogativi: il volto di un'Alice annegata, il dubbio doloroso di Cenerentola. Se le fiabe ubbidiscono a certe morali precise e affilate come lame, nel tunnel costruito dalle immagini di Roberta vedremo accelerare non la particella di Dio, ma quella dell'uomo. Fino all'estremo oltraggio nel quale convivono insieme inizio e fine, quell'impeto a soggiogare la natura - il lupo di Cappuccetto rosso finito dietro le sbarre di un canile - dentro il quale però si agita il lento scivolare dell'uomo sul crinale della propria apocalisse. Il rovescio della leopardiana Ginestra. Senza alcuna rivelazione se non quella della vergogna e, sopratutto, della rinuncia a restare umani.
[Fulvio Colucci]
articolo di Domenica 8 luglio 2012, La Gazzetta del Mezzogiorno.
martedì 26 giugno 2012
E arrivò anche la primissima recensione di "C'era una volta".
"Ci ha già sorpresi in Liberté, Roberta, cogliendo in profondità con i suoi scatti il grido del bisogno di umanità che non può essere soppresso da nessuna recinzione. Ora, con la personale C'era una volta, il suo sguardo sensibile usa il mezzo fotografico per riaccostarsi alla favola.Ma anche qui emerge un grido. Dall'immaginario alla realtà, il Vissero felici e contenti diviene altro, una lettura rivisitata, a volte impietosa quanto purtroppo lo è il presente, e il c'era una volta diventa Oggi c'è... con un finale spesso senza lieto fine. I personaggi, Cenerentola, Pinocchio, Il lupo, Alice, si trasformano, per incarnare non più sogni ma un mondo sul'orlo dell'abisso, popolato di cronaca impietosa. Ci riserverà di sicuro altre sorprese, questa giovane donna, riflessiva e attenta ai cambiamenti, che fa parlare la sua Nikon con scatti pronti a interpretare, con acume, il quotidiano della nostra storia..."
Maria Letizia Gangemi
Maria Letizia Gangemi:
Nata a Corciano (Perugia), vive a Taranto. Tecnica pittorica: olio e acquerello. Premiata e presente in varie manifestazioni nazionali ed internazionali, tra cui il Maggio Romano, la Biennale di Malta, Europ'Art Group a Barcellona, Parigi. Ha ricevuto anche premi per la poesia. Negli acquerelli passa da nature morte, paesaggi, a figure macchia. Di lei hanno scritto Calabrese, Conti, Farrell, Gentile, Pietrobelli e Turco. E' in esposizione permanente presso il Cenacolo di alta Cultura "Lomastro" e presso la galleria di Palazzo Zigrino.Le sue tele sono sogni colorati stemperati con la magia del pennello.
giovedì 17 maggio 2012
La casa che abito.
la mia casa è di grandi finestre a vetri rotti;
nessuna porta. nessun "welcome". nessun "goodbye".
Ho solo stelle inchiodate al soffitto e cocci di desideri sparsi sul pavimento.
Vi basti questo per sognare tranquilli, nessun ladro ha mai provato a rubare le stelle.
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| Foto e testo di Roberta Trani © 2012 |
domenica 15 aprile 2012
In bianco e nero.
Che a rincorrerci nel buio abbiamo perso i colori.
Abbiamo perso il fiato
e le parole
senza raggiungerci mai.
Arriverà
Arriverà
forse
il tempo in cui, tenendo lo stesso passo, riusciremo a darci fiato
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