sabato 20 giugno 2015

Perché sono stanco.

Perché sono stanco.

Dietro Gorée la sirena del postale suona l’hallali

Nella sera la luce freme sui muri rosati, sul mare, sul cielo.

Una barca bianca se ne va laggiù verso il Sud grigiazzurro

E io sono triste, verso Nagaski la triste, verso Valparaiso la bella

Sì verso Rio de Janeiro, dove le mulatte sono fragranti orchidee.

Sì, sono stanco che sia l’ora del tè, il giardino luminoso

Intorno alla fontana, sotto la statuetta d’Africa.

Il mio cuore è colore dell’ampelopsis, quando guardo i tuoi occhi-

memoria.

E sono stanco, non depresso! ma stanco

Di non andare in nessun luogo quando mi strazia la voglia di partire.

 

(Léopold Sédar Senghor)

venerdì 24 aprile 2015

Leggendo Szymborska.

Foglietto illustrativo.

Sono un tranquillante,
Agisco in casa,
funziono in ufficio,
affronto gli esami,
mi presento all'udienza,
incollo con cura le tazze rotte -
devi solo prendermi,
farmi sciogliere sotto la lingua,
devi solo mandarmi giù
con un sorso d'acqua.
So come trattare l'infelicità,
come sopportare una cattiva notizia,
ridurre l'ingiustizia,
rischiarare l'assenza di Dio,
scegliere un bel cappellino da lutto.
Che cosa aspetti -
fidati della pietà chimica.
Sei un uomo (una donna) ancora giovane,
dovresti sistemarti in qualche modo.
Chi ha detto che la vita va vissuta con coraggio?
Consegnami il tuo abisso -
lo imbottirò di sonno.
Mi sarai grato (grata) per la caduta in piedi.
Vendimi la tua anima.
Un altro acquirente non capiterà.
Un altro diavolo non c'è più.


Poesia di Wislawa Szymborska.

giovedì 26 marzo 2015

Lady Lazarus.

L'ho rifatto
Un anno ogni dieci
Ci riesco

Una specie di miracolo ambulante, la mia pelle
Splendente come un paralume nazi,
Il mio Piede destro,

Un fermacarte
La mia faccia un anonimo, pefetto
Lino ebraico.

Via il drappo,
O mio nemico!
Faccio forse paura?

Il naso, le occhiaie, la chiostra dei denti?
Il fiato puzzolente
In un giorno svanirà.

Presto, ben presto la carne
Che il sepolcro ha mangiato si sarà
Abituata a me

E io sarò una donna che sorride.
Non ho che trent'anni.
E come il gatto ho nove vite da morire.

Questa è la Numero Tre.
Quale ciarpame
Da far fuori ogni decennio.

Che miriade di filamenti.
La folla sgranocchiante noccioline
Si accalca per vedere

Che mi sbendano mano e piede
Il grande sporgliarello.
Signori e signore, ecco qui

Queste sono le mie mani,
I miei ginocchi.
Sarò anche pelle e ossa,
Ma pure sono la stessa, identica donna.
La prima volta sucesse che avevo dieci anni.
Fu un incidente.

Ma la seconda volta ero decisa
A insistere, a non recedere assolutamente.
Mi dondolavo chiusa

Come una conchiglia.
Dovettero chiamare e chiamare
E staccarmi via i vermi come perle appiccicose.

Morire
É un'arte, come ogni altra cosa.
Io lo faccio un modo eccezionale.

Io lo faccio che sembra come inferno.
Io lo faccio che sembra reale.
Ammetterete che ho la vocazione.

È facile abbastanza da farlo in una cella.
È facile abbastanza da farlo e starsene lì.
È il teatrale

Ritorno in pieno giorno
A un posto uguale, uguale viso, uguale animale
Urlo divertito:

"Miracolo!"
È questo che mi ammazza.
C'è un prezzo da pagare

Per spiare le mie cicatrici, c'è un prezzo da pagare
per auscultare il mio cuore
Eh sì, batte.

E c'è un prezzo, un prezzo molto caro,
Per una toccatina, una parola,
O un po' del mio sangue

O di capelli o un filo dei miei vestiti.
Eh sì, Herr Doktor.
Eh sì, Herr nemico.

Sono il vostro opus magnum.
Sono il vostro gioiello,
Creature d'oro puro
Che a uno strillo si liquefà.
Io mi rigiro e brucio.
Non crediate che io sottovaluti le vostre ansietà.

Cenere, cenere
Voi atizzate e frugate.
Carne, ossa, non ne trovate

Un pezzo di sapone,
Una fede nuziale,
Una protesi dentale.

Herr Dio, Herr Lucifero,
Attento,
Attento.

Dalla cenere io rinvengo
Con le mie rosse chiome
E mangio uomini come aria di vento.

(Sylvia Plath)

sabato 28 febbraio 2015

Quello che facciamo agli altri lo facciamo a noi stessi.

"Nel corso della giornata, interpretiamo tutto quello che ci succede in modo da non cambiare mai: la colpa non è mai nostra, è sempre degli altri. L'Io personale trasforma tutto a proprio vantaggio. Deformiamo costantemente la realtà per trovare scuse che giustifichino i nostri comportamenti.
Rinchiusi in noi stessi, non ci accorgiamo di essere la causa dei nostri problemi. Ci comportiamo come parassiti del mondo, sempre pronti a chiedere e mai a dare, con l'atteggiamento del cinico soddisfatto, finché a un tratto il mondo ci rifiuta, i nostri progetti si sgretolano e incolpiamo del nostro fallimento la malasorte. Non si può vivere cibandosi dei frutti altrui senza mai seminare.
[...]
Certe persone si credono in diritto di fare qualunque cosa, anche mettere un elefante nel panino. Minimizzano quello che in loro va male, pensando sia inoffensivo e comunque non riprovevole [...]
Per quanto tempo continueremo a interpretare la parte degli innocenti giustificando i nostri gesti e scaricando le nostre responsabilità sul prossimo? Ci sentiamo tranquilli perché minimizziamo i problemi. Diciamo che non è grave. Ma allora perché quello che fa qualcun altro è grave, secondo voi? Vediamo il panino di prosciutto nell'occhio altrui, ma non il panino di elefante nel nostro...
Quello che facciamo agli altri lo facciamo a noi stessi."

(da Cabaret mistico, di A. Jodorowsky)

mercoledì 25 febbraio 2015

Vizio di Protagonismo.

Personalissimo concetto di "Vizio di Protagonismo":

Il "Vizio di protagonismo" è un difetto di lettura e interpretazione che, dettato da un'alterazione della struttura del pensiero, pregiudica il valore di atti o fatti che compongono la realtà che viviamo o la realtà a cui assistiamo.
Il vizio di protagonismo dà luogo ad un'inesattezza della realtà percepita dal soggetto, aumentando in maniera sensibile il suo sentirsi coinvolto in fatti o atti legati alla realtà a cui assiste e nella quale, in verità, non è assolutamente contemplato.





lunedì 9 febbraio 2015

L'estate di Sylvia Plath.


Io sono verticale

Ma preferirei essere orizzontale.
Non sono un albero con radici nel suolo
succhiante minerali e amore materno
così da poter brillare di foglie a ogni marzo,
né sono la beltà di un'aiuola
ultradipinta che susciti grida di meraviglia,
senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.
Confronto a me, un albero è immortale
e la cima di un fiore, non alta, ma più clamorosa:
dell'uno la lunga vita, dell'altra mi manca l'audacia.

Stasera, all'infinitesimo lume delle stelle,
alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.
Ci passo in mezzo ma nessuno di loro ne fa caso.
A volte io penso che mentre dormo
forse assomiglio a loro nel modo più perfetto -
con i miei pensieri andati in nebbia.
Stare sdraiata è per me più naturale.
Allora il cielo ed io siamo in aperto colloquio,
e sarò utile il giorno che resto sdraiata per sempre:finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.

(Sylvia Plath)
Photo: Roberta Trani, 2013.


domenica 8 febbraio 2015

Fotografia.



"La foto mi colpisce se io la tolgo dal suo solito bla-bla: 'tecnica', 'realtà', 'reportage', 'arte', ecc.
Non dire niente, chiudere gli occhi, lasciare che il particolare risalga da solo  alla coscienza affettiva."

(Roland Barthes, La camera chiara.)

sabato 7 febbraio 2015

Imparare dagli alberi.

"In un certo senso il comportamento emozionale è simile a quello di un albero. Quando un animale ha una ferita, le cellule si rigenerano ed essa si cicatrizza. (Possiamo militare in un partito politico, esserne delusi e poi, senza sentirci in colpa, difendere l'ideologia opposta.) Invece un albero non si rigenera, le sue ferite non si cicatrizzano: esse rimangono aperte per sempre, si nascondono soltanto sotto uno strato protettivo. La ferita così ricoperta rimane intatta e quando marcisce rischia di invadere tutto il tronco.
La vita dell'albero sta tutta in una pellicola di cellule, non più spessa di un foglio di carta, che gli cresce sotto la corteccia. E' la sua unica parte vivente. Il resto del tronco è formato da materia legnosa, una struttura morta che fa da supporto allo strato sottile in cui c'è la vita.
[...]
Mentre assorbe le forze della terra, l'albero nutre con le proprie foglie, i rami secchi e tutta una serie di funghi che crea perché in seguito lo aiutino ad assimilare il nutrimento. Si instaura uno scambio di energia, ricezione e dono. Invece tra gli esseri umani ci capita di incontrare dei parassiti che chiedono soltanto. Succhiano una conoscenza, se la depositano nel cervello e non la condividono con nessuno, ma la tengono lì, senza trasformarla in sentimenti, come un escremento metafisico. In Giappone, ogni volta che si compra qualcosa, si riceve in cambio un piccolo regalo, perché nella tradizione popolare è considerato indegno prendere senza dare.
Ogni anno l'albero crea uno strato che circonda l'intero tronco. Se lo si taglia trasversalmente si possono osservare, sotto forma di anelli concentrici, quali sono stati gli anni buoni e quali i difficili, perché il passato diventa struttura. Se i dodici mesi sono stati piovosi, l'anello è spesso. Se sono stati aridi, l'anello è sottile... [...]
Un po' di tempo dopo essere stato tagliato, il legno, isolato dallo strato esterno, si corrompe. I batteri invadono la ferita e divorano il marciume, che cade a terra trasformandosi in polvere e nutre il terreno. Per questo esistono gli alberi cavi. Un albero cavo rimane vivo perché la sua vita si trova alla periferia, ma non avendo una struttura solida è più debole e potrebbe cadere da un momento all'altro. Quando ciò non accade, l'albero fabbrica delle radici interne che si nutrono del marciume. Interessante metafora: se coviamo nell'animo una profonda tristezza, potremmo farci spuntare delle radici emozionali che si nutrano di tale sentimento. Così la tristezza si trasforma in forza vitale... Diventiamo capaci di non rifiutare la ferita, la accettiamo con il suo dolore finché, trasformata in Coscienza, ci permette di alleviare la tristezza altrui. Quando l'albero subisce una lesione, non potendo cicatrizzare la interiorizza, accettando la sofferenza. Dal desiderio di espellere la sofferenza nascono la depressione, l'autodistruzione, l'abbattimento morale.
Se, invece, lasciamo affondare la sofferenza nel nostro intimo, essa diventa linfa di nuova vita."

(Alejandro Jodorowsky, Cabaret mistico.)
Photo: Roberta Trani. 31 dicembre 2014, Grottaglie.



sabato 5 luglio 2014

Questione di delicatezza.

<< La "vita interiore" è prerogativa dei delicati, di quegli aborti frementi, soggetti a un'epilessia senza caduta né bava. L'essere biologicamente integro diffida della "profondità", ne è incapace, vede in essa una dimensione sospetta che nuoce alla spontaneità degli atti. Non si inganna: con il ripiegamento su se stesso comincia il dramma dell'individuo - la sua gloria e il suo declino; isolandosi dal flusso anonimo, dallo scorrere utilitario della vita, egli si emancipa dai fini oggettivi. Una civiltà è "minata" quando sono i delicati a darle il tono; ma grazie a loro, trionfa definitivamente sulla natura - e sprofonda. Un supremo esemplare di raffinatezza riunisce in sé l'esaltato e il sofista: non aderisce più ai propri slanci, li coltiva senza crederci; è la debolezza onniscente delle epoche crepuscolari, che prefigura l'eclissi dell'uomo. I delicati ci fanno intravedere il momento in cui i portinai saranno estenuati da scrupoli di esteti; in cui i contadini, piegati dai dubbi, non avranno più il vigore necessario a impugnare l'aratro; in cui tutti gli esseri, rosi dalla chiaroveggenza e svuotati degli istinti, si spegneranno senza la forza di rimpiangere la prospera notte delle loro illusioni... >>

(pag. 128, Sommario di decomposizione, E. M. Cioran)

Illuminazione e Terapia dell'insonnia.

C'è chi ci finisce al manicomio.
Un'intera vita a cercare di imparare, capire, comprendere;
quando poi, operando chirurgicamente su se stessi, accade tutto in una notte sola.



lunedì 24 febbraio 2014

Inno alla miseria.

Prima o poi la maschera cade, riconsegnando il volto umano all'uomo. 
Nulla di ridicolo, ma qualcosa di vagamente tenero.
L'uomo non accetta la propria umanità: la propria impotenza, piccolezza, mortalità; il proprio essere materia decomponibile sia nel corpo che nell'anima. 
Ed eccolo vaneggiare come un Dio caduto in Terra e che, smarrito e delirante, punta il dito contro i buoni e i cattivi, destinati al suo misero regno dei cieli o al suo ridicolo regno degli inferi. 
Ma l'uomo ha ben poco di divino; è solo un essere destinato al marcire della carne: questa l'unica croce dalla quale non può schiodarsi. 
L'uomo è solo questo.
L'uomo è solo un uomo.
L'uomo è solo.

[testo tratto dalla mia moleskine. Tradotto dall'aramaico all'italiano. Sottotitolo: "Insonnia di una notte di metà febbraio", anno 2014. Foto scattata sottoterra, Grotte di Pertosa, anno 2013.]


lunedì 3 febbraio 2014

Insonnia.

L'insonnia non è altro che l'assenza del sogno. Praticamente un eccesso di lucidità. 

giovedì 30 gennaio 2014

Tutto in un libro solo.

<<Considero mie, con maggiore consanguineità e intimità, talune figure che sono scritte nei libri, certe immagini che ho conosciuto nelle illustrazioni, più di molte persone che sono considerate reali, che sono fatte di quell'inutilità metafisica chiamata "carne ed ossa". E "carne ed ossa", infatti, è una perfetta descrizione: sembrano cose fatte a pezzi ed esposte sul banco di marmo di una macelleria, morti che sanguinano come la vita, gambe e cotolette del Destino.>>

Fernando Pessoa, il libro dell'inquietudine di Bernardo Soares.

domenica 5 maggio 2013

Ballata delle madri (e recite domenicali).

-Vorrei fare come certi bambini, vorrei mettermi in piedi sulla sedia, durante uno dei pranzi domenicali in famiglia, e recitare una poesia. Esattamente questa:

Ballata delle madri

Mi domando che madri avete avuto.
Se ora vi vedessero al lavoro
in un mondo a loro sconosciuto,
presi in un giro mai compiuto
d’esperienze così diverse dalle loro,
che sguardo avrebbero negli occhi?
Se fossero lì, mentre voi scrivete
il vostro pezzo, conformisti e barocchi,
o lo passate a redattori rotti
a ogni compromesso, capirebbero chi siete?

Madri vili, con nel viso il timore
antico, quello che come un male
deforma i lineamenti in un biancore
che li annebbia, li allontana dal cuore,
li chiude nel vecchio rifiuto morale.
Madri vili, poverine, preoccupate
che i figli conoscano la viltà
per chiedere un posto, per essere pratici,
per non offendere anime privilegiate,
per difendersi da ogni pietà.

Madri mediocri, che hanno imparato
con umiltà di bambine, di noi,
un unico, nudo significato,
con anime in cui il mondo è dannato
a non dare né dolore né gioia.
Madri mediocri, che non hanno avuto
per voi mai una parola d’amore,
se non d’un amore sordidamente muto
di bestia, e in esso v’hanno cresciuto,
impotenti ai reali richiami del cuore.

Madri servili, abituate da secoli
a chinare senza amore la testa,
a trasmettere al loro feto
l’antico, vergognoso segreto
d’accontentarsi dei resti della festa.
Madri servili, che vi hanno insegnato
come il servo può essere felice
odiando chi è, come lui, legato,
come può essere, tradendo, beato,
e sicuro, facendo ciò che non dice.

Madri feroci, intente a difendere
quel poco che, borghesi, possiedono,
la normalità e lo stipendio,
quasi con rabbia di chi si vendichi
o sia stretto da un assurdo assedio.
Madri feroci, che vi hanno detto:
Sopravvivete! Pensate a voi!
Non provate mai pietà o rispetto
per nessuno, covate nel petto
la vostra integrità di avvoltoi!

Ecco, vili, mediocri, servi,
feroci, le vostre povere madri!
Che non hanno vergogna a sapervi
– nel vostro odio – addirittura superbi,
se non è questa che una valle di lacrime.
È così che vi appartiene questo mondo:
fatti fratelli nelle opposte passioni,
o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo
a essere diversi: a rispondere
del selvaggio dolore di esser uomini.


(P. P. Pasolini, Poesia in forma di rosa).

giovedì 18 aprile 2013

Aprile, poesie e rifioriture.

[Così che ti ritrovi, in un pomeriggio d'aprile, sotto un cielo glicine. È tutto così incredibilmente forte, scuote e annoda lo stomaco. È tutto così incredibilmente bello. Mi meraviglio, ci penso. Un po' come se - dopo il sonno del sogno - si schiudessero i sorrisi al risveglio.]

IL GLICINE.

... e intanto era aprile,
e il glicine era qui, a rifiorire.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Prepotente, feroce
rinasci, e di colpo, in una notte, copri
un intera parete appena alzata, il muro
principesco di un ocra
screpolato al nuovo sole che lo cuoce ...
E basti tu, col tuo profumo, oscuro,
caduco rampicante, a farmi puro
di storia come un verme, come un monaco:
e non lo voglio, mi rivolto – arido
nella mia nuova rabbia,
a puntellare lo scrostato intonaco
del mio nuovo edificio.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Tu che brutale ritorni,
non ringiovanito, ma addirittura rinato,
furia della natura, dolcissima,
mi stronchi uomo già stroncato
da una serie di miserabili giorni,
ti sporgi sopra i miei riaperti abissi,
profumi vergine sul mio eclissi,
antica sensualità . . . . . . . . .



[La religione del mio tempo, Pier Paolo Pasolini]



lunedì 18 marzo 2013

Senza filtro.


Succede che poi i filtri cadono. E si rompono.

Succede.
In passato ho spesso tenuto le palpebre serrate, per paura di ferirmi gli occhi
Filtravo. Tutto. 
Poi si inciampa, si distrugge, gli occhi si schiudono
Si rinasce.

E non me ne frega più nulla di ferirmi gli occhi: è l'unico modo per non diventare ciechi.

lunedì 14 gennaio 2013

Tipi da bar.


Guardare attraverso l'obiettivo è un po' porsi al di là del mondo circostante, nascondersi in una camera oscura per poi sorprendere la realtà nel momento in cui la luce ne disegna il volto più espressivo. Agli occhi spetta il compito di riconoscere e risvegliare la Poesia nel continuo scorrere della quotidianità, nel vivere o lasciarsi vivere delle singole storie inquadrate; compito della tecnica e del corpo meccanico è, invece, trascrivere la visione e renderla alla Storia, quella del nostro Tempo.
Un obiettivo che si pone come Obiettivo il risveglio della poesia, svelandone i tempi nel racconto della realtà quotidiana, non può che accettare l'invito a sedersi sullo sgabello di un bar, ordinare qualcosa da bere, guardarsi attorno e cominciare a mettere a fuoco: il Tempo è servito.
Per gli osservatori e ascoltatori non esiste un posto migliore -tavolino, poltrona o bancone che sia- di un bar qualsiasi per assorbire storie e immagini.
I bar, da sempre luoghi interessanti e affascinanti, sono paragonabili a grandi contenitori di storie: espresse o macchiate, versate in tazza bollente o fredda, offerte o pagate, trasparenti o dense, storie imbottigliate o servite in bicchiere. Eccole lì le storie, in fila al bancone, con le tasche piene di Tempi spiccioli e nel portafogli qualche biglietto colorato che non può pagare la Crisi, né quella mondiale, né l’eventuale e conseguente personale. Storie diverse che, a volte, si riversano sullo stesso bancone e in un bicchiere si miscelano, come in un cocktail, annullando distanze e dissapori. Molte sono storie di tempi riempiti e vuotati, fragili come bottiglie di vetro abbandonate ai bordi delle strade; altre sono quelle disperse nell’aria, che bruciano e si raccontano per il tempo di una sigaretta; altre ancora sono quelle sussurrate e confuse nel sovrapporsi delle voci e dei racconti; quelle raccontate con tranquillità e calma, e quelle rovesciate nell’ebbra illusione di avere il totale controllo di Sé e dei "se". Altre storie restano sul fondo, come quando lo zucchero non riesce a sciogliersi completamente nelle tazzine da caffè. 
C’è chi descrive i bar come posti perfetti per i perdi-tempo, chi li descrive come posti rilassanti nei quali rifugiarsi durante o dopo una giornata di lavoro, chi li predilige per la pausa-studio o come luogo di incontro, chi li usa come luogo per mettere a punto progetti e idee. Tutte verità e nessuna bugia, per carità, dipende dai casi e dalle inquadrature. 
Nel complesso, i bar restano i luoghi in cui la realtà è più confusa, ma allo stesso tempo più nitida se la si vuole osservare: un grande contenitore di storie che devono essere ascoltate, quelle dei figli di Tempi spiccioli, gli stessi spiccioli che bastano per prendersi un caffè.
Tempi ristretti in un periodo dilatato, tempi in cui è da “sfigati” non laurearsi entro i ventotto anni, tempi di “bamboccioni” trentenni, tempi di ventenni che non vogliono né lavorare, né studiare; tempi di sogni che inciampano e tornano a gattonare, tempi di ginocchia sbucciate che cedono alla forza di gravità di un’atmosfera che rallenta ogni tipo di percorso. 
Tempi di posa e tempi al di fuori di ogni posa.
Posto lo sguardo al di fuori della camera oscura, vuotando le tasche, faccio il conto degli spiccioli di tempo a disposizione e i Tempi spiccioli in cui mi ritrovo … “con questi chiari di luna” vale la pena sognare e tentare.


[marzo 2012]

venerdì 9 novembre 2012

Però pioveva.

Non ricordo il giorno, però pioveva. Dalla mia Moleskine:

Piove.
Le luci della città stanca si specchiano vanitose nell'asfalto bagnato, mentre l'acqua lava via dalle panchine storie troppo pesanti da sostenere e troppo leggere da lasciar volare via.
Ho gli occhi sporchi.
Sotto i portici c'è posto solo per quelli che si sono abbandonati, randagi: senza guinzagli, senza casa, senza meta, senza metà. Senza lacrime.
Oggi anche il tempo muore sulla strada, del suono della pioggia ne fa il suo lamento.
Cadrà nella notte anche il cielo, si raccoglierà in pozzanghera, e ci sarà battesimo per tutti i dispersi.

lunedì 5 novembre 2012

Il flauto di vertebre.

[e ancora una volta, lascio a Lui la mia buonanotte].


Il flauto di vertebre.

PROLOGO

A voi tutte che siete piaciute o piacete,

che conservate icone nell’antro dell’anima,

come coppa di vino in un brindisi,

levo il cranio ricolmo di canti.

Sempre più spesso mi chiedo

se non sia meglio mettere un punto

d’un proiettile sulla mia sorte.

Oggi darò

in ogni caso,

un concerto d’addio.

Memoria!

Raduna nella sala del cervello

le schiere inesauribili delle amate.

Da un occhio all’altro effondi il sorriso.

D’antiche nozze travesti la notte.

Di corpo in corpo effondete la gioia.

Che nessuno dimentichi una simile notte.

Oggi io suonerò il flauto

sulla mia colonna vertebrale.



1.

Miglia di strade i miei passi calpestano.

Dove andrò a nascondere il mio inferno?

Da quale Hoffmann celeste

sei stata concepita, maledetta?

Sono anguste le strade per una tempesta di gioia.

Gente adorna la festa senza posa attingeva.

Penso.

I pensieri, grumi di sangue,

infermi e rappresi strisciano via dal cranio.

Io,

taumaturgo di ogni tripudio,

non ho con chi andare alla festa.

Cadrò di schianto, supino,

sfracellandomi il cranio sulle pietre del Nevski!

Ho bestemmiato.

Ho urlato che Dio non esiste,

e lui ha tratto dal fondo dell’inferno

una donna che farebbe tremare una montagna,

e mi ha comandato:

amala!

Dio è soddisfatto.

Nell’erta sotto il cielo

un uomo tormentato s’è inselvatichito e spento.

Dio si strapiccia le mani.

Dio pensa:

aspetta, Vladimir!

L’ha escogitato lui, lui,

per non farmi scoprire il tuo mistero,

di darti un marito vero

e di porre sul pianoforte note umane.

Se furtivo m’accostassi alla soglia della tua alcova,

per far la croce sulla nostra coperta,

lo so,

si sentirebbe puzzo di lana bruciata

e fumo solfureo si leverebbe dalla carne del diavolo.

Ma invece fino all’alba

l’orrore che tu fossi condotta ad amare

m’ha sconvolto,

e le mie grida

ho sfaccettato in versi,

gioielliere già in preda alla follia.

Giocare a carte!

Sciacquare

nel vino la rauca gola del cuore!

Non ho bisogno di te!

Non voglio!

Non importa,

lo so

che creperò fra breve.

Se è vero che esisti,

o Dio

o mio Dio,

se hai intessuto il tappeto di stelle,

se questo tormento,

moltiplicato ogni giorno,

è, Signore, una prova mandata giù da te,

indossa la toga del giudice.

Aspetta la mia visita.

Sono puntuale,

non tarderò di un giorno.

Ascolta, altissimo inquisitore!

Serrerò la bocca.

Non udranno un grido

dalle labbra morse.

Legami alle comete, come alle code dei cavalli,

trascinami,

squarciandomi sulle punte delle stelle.

Oppure,

quando l’anima mia sloggerà

per venire al tuo tribunale,

accigliandoti ottusamente,

come una forca

distendi la Via Lattea,

e subito impiccami come un criminale.

Fa’ quello che ti pare.

Squartami, se vuoi.

Io stesso, giusto, ti laverò le mani.

Però,

ascolta!

Portati via la maledetta,

che m’hai comandato d’amare!

Miglia di strade i miei passi calpestano.

Dove andrò a nascondere il mio inferno?

Da quela Hoffmann celeste

sei stata concepita, maledetta?



2.

Il cielo,

fumoso, immemore d’azzurro

e le nubi a brandelli come profughi

rischiarerò nell’alba del mio ultimo amore,

vivido come l’incarnato di un tisico.

La mia gioia ricoprirà il ruggito

dell’ammasso, dimentico

del tepore domestico.

Uomini,

ascoltate!

Uscite dalle trincee.

Combatterete dopo.

Anche se dura la battaglia,

ubrica di sangue e vacillante come Bacco,

le parole d’amore non sono vane.

Cari tedeschi!

Io so

che avete sul labbro

la Margherita di Goethe.

Muore il francese

sulla baionetta sorridendo,

cone un sorriso si schianta l’aviatore ferito,

se ricorda

il bacio della tua bocca,

Traviata.

Ma a me che importa

della rosea polpa,

che i secoli masticheranno?

Oggi stendetevi ad altri piedi!

canto te,

imbellettata,

fulva.

Forse di questi giorni,

orrendi come aguzze baionette,

quando i secoli avranno canuta la barba,

resteremo soltanto

tu

ed io,

che t’inseguirò di città in città.

Sarai mandata di là dal mare,

ti celerai nel covo della notte:

ti bacerò attraverso la nebbia di Londra

con le labbra di fuoco dei lampioni.

In lente carovane percorrerai i torrdi deserti,

dove stanno leoni in agguato:

per te

sotto la polvere, strappata dal vento,

sarà un Sahara la mia guancia ardente.

Con un sorriso sulle labbra guardami,

vedrai

che torero che io sono!

E d’improvviso

getterò sul tuo palco la mia gelosia

come l’occhio morente del toro.

Se portando il tuo passo distratto sul ponte,

penserai

che si sta bene laggiù,

sarò io

sotto il ponte la corrente della Senna,

e ti chiamerò,

digrignando i putridi denti.

Con un altro incendierai nel fuoco dei cavalli

Strelka o Sokolniki.

Io starò in alto a farti soffrire

come un’ignuda luna in attesa.

Sono forte,

avranno bisogno di me

e mi ordineranno:

muori in battaglia!

Il tuo nome

sarà l’ultimo

rappreso sul mio labbro lacerato dal proiettile.

Finirò sul trono?

o a Sant’Elena?

Dominati i flutti tempestosi della vita,

sarò ugualmente candidato

al regno dell’universo

e al lavoro forzato.

Se è mio destino d’essere re,

il tuo viso

ordinerò di coniare al mio popolo

nell’oro vivo dell mie monete!

O laggiù,

dove si scolora il mondo nella tundra,

dove traffica il fiume col vento del nord,

sul ferro graffierò il tuo nome, Lilia,

e le catene bacerò nel buio della galera.

Ascoltate, immemori dell’azzurro cielo,

irsuti,

come bestie feroci.

Al mondo, forse,

questo ultimo amore

è un’alba vivida come l’incarnato di un tisico.



3.

Scorderò l’anno, la data, il giorno.

Mi chiuderò solo con un foglio di carta.

Avverati, magia sovrumana,

delle parole illuminate di pianto!

Oggi, appena entrato nella tua casa,

mi sono sentito

a disagio.

Tu celavi qualcosa nell’abito di seta

e s’effondeva nell’aria un profumo d’incenso.

Sei felice?

Hai risposto un freddo:

“Molto.”

L’inquietudine ha rotto l’argine della ragione.

Accumulo disperazione, nel delirio della febbre.

Ascolta,

tannto non ci riesci

a celare il cadavere.

Scagliami in viso la parola terribile.

Ogni tuo muscolo urla

lo stesso

come in un megafono:

è morto, è morto, è morto.

No,

rispondi.

Non mentire!

(Come farò a tornare indietro così?)

Come due tombe

ti si scavano gli occhi nel viso.

Le due fosse si inabissano.

Non se ne vede il fondo.

Mi sembra

di crollare sul palco dei giorni.

Come una fune, ho teso l’anima sul precipizio

e vi ho fatto l’equilibrista, giocoliere di parole.

Lo so,

ormai l’ha consunto l’amore.

Da tanti segni indovino la noia.

Fammi tornare giovane nell’anima.

La gioia del corpo fa’ di nuovo conoscere al cuore.

Lo so,

per una donna sempre si paga.

Non fa niente,

se intanto,

non ti vestirò conl’elegante abito di Parigi

ma soltanto col fumo della sigaretta.

Il mio amore,

come un apostolo d’età remote,

diffonderò per mille e mille strade.

Da secoli è pronta per te una corona,

ove sono incastonate le mie parole:

arcobaleno di spasimi.

Come fecero vincere Pirro

gli elefanti con passi di due quintali,

così io ho sconvolto il tuo cervello col passo del genio.

Invano.

Non potrò piegarti.

Gioisci,

gioisci

d’avermi finito!

Ora è tale l’angoscia che desidero

soltanto fuggire al canale

e il capo cacciare nell’acqua digrignante.

Mi hai offerto le labbra.

Con quanta indifferenza.

Le ho sfiorate e m’hanno ghiacciato.

M’è parso di baciare in penitenza

un monastero intagliato nella fredda pietra.

Hanno sbattuto

la porta.

É entrato lui,

rorido della gaiezza delle strade.

Io

come un gemito mi sono spezzato in due.

Gli ho gridato:

“Va bene!

Me ne andrò!

Va bene!

Rimarrà tua.

Ricoprila di stracci,

le sete appesantiscono le sue timide ali.

Bada che non s’involi.

Appendile al collo

come una pietra collane di perle!”

Oh, questa

che notte!

Ho spremuto a non finire la mia disperazione.

Al mio pianto e al mio riso

il muso della stanza s’è torto in una smorfia d’orrore.

E come una visione sorse a te il tuo sembiante,

sul suo tappeto effondevi l’aurora dei tuoi occhi,

quasi un sogno evocasse un nuovo Bialik

un’abbagliantte regina ebraica di Sion.

Nel tormento ho piegato i ginocchi

dinanzi a colei che non è più mia.

A mio paragone

re Alberto,

arresosi con tutte le sue fortezze,

è un festeggiato ricolmo di regali.

Indoratevi al sole, fiori ed erbe!

Dilagate in primavera, vita di tutti gli elementi!

Io un solo veleno desidero:

bere e bere sempre versi.

Tu che hai saccheggiato il mio cuore,

privandolo di tutto,

e nel delirio m’hai lacerato l’anima,

accogli, cara, il mio dono,

forse più nulla io potrò inventare.

Ornate a festa la data di oggi.

Avverati,

magia simile alla passione di Cristo.

Vedete,

sulla carta sono trafitto

con i chiodi delle parole.

V. Majakovskij

mercoledì 17 ottobre 2012

L'Attesa.

Lei se ne stava lì, seduta in panchina, al centro del suoi desideri a guardare, con la coda dell'occhio, tutto quel marasma di parole e sorrisi e vita che avrebbe voluto diventasse la sua. Se ne stava lì ad accendere, consumare e spegnere, in boccate di veleno, ogni minuto di speranza. Se ne stava lì, ferma e tremante, l'Attesa. È forse più che un nome una condanna, fin quando non decidi di cambiare nome e identità. Un solo nome non basta per chiamarmi, e l'Attesa già non basta più; per quanto il Nulla si faccia attendere, io non attendo più nessuno. Vedi? è già mattino, e c'è qualcosa di malato nell'alba di ogni coscienza: arriva improvvisa, dilata in tempo fino ad annullarlo; è il trasalire improvviso, è nausea. È andata così: fare le valige e partire. Via. Lontano da tutte le cose che hai aspettato nella speranza che accadessero. Via. Da me. Da te. Da voi. Da ogni coniugazione di questo nulla. Via.